Tutti cercavano Don Francesco

“Mi incateno a questa chiesa e non me ne vado finché non l’avranno messa in sicurezza. Anzi no, incatenatevi voi, che io c’ho troppo da fare”. Davvero aveva molto da fare, Don Francesco Armandi, in quei giorni. Erano passate un paio di settimane dalla scossa del 24 agosto, la prima. Il casco in testa necessario tra le macerie, il telefono che non smetteva di squillare durante sopralluogo all’Oratorio della Madonna del Sole, piccolo gioiello architettonico ricco di affreschi per i quali proprio Don Francesco aveva voluto avviare i lavori di restauro, prima del terremoto. Aveva chiamato Dania, restauratrice, che aveva terminato di lavorare in una chiesa vicina, le aveva dato delle indicazioni, la comunità di Capodacqua s’era attivata per adottare i diciotto affreschi e sostenere i lavori.

Ora era lì che incalzava gli esperti della Sovrintendenza per farsi assicurare che sì, qualcosa avrebbero fatto. Ma in fretta, incalzava lui, perché un temporale, le folate di vento, un’altra scossa di terremoto avrebbero finito per distruggere irrimediabilmente quelle mura, quell’opera. Una cosa che non doveva accadere, perché la Madonna del Sole, oltre al suo valore storico e artistico, era diventata un simbolo per la comunità di Capodacqua. E lui voleva fare di tutto per far sì che si salvasse, quella chiesa, perfino incatenarsi, se solo ne avesse avuto il tempo.

“Io sono il parroco di Arquata, Pretare, Piedilama, Pescara e Tufo, quindi devo girare dappertutto. I parrocchiani mi cercano ma io mi devo dividere tra cinque località, cinque comunità che sono adesso raggruppate in diverse tendopoli. Per molti di loro sono un punto di riferimento, ma sono sfuggente”, spiegava all’indomani di quelle prime scosse.

La Jeep bianca con la quale Don Francesco faceva avanti e indietro tra le sue frazioni sembrava essere sempre in movimento, rimaneva parcheggiata giusto il tempo necessario per fare quello che si doveva fare: una messa, una visita, un funerale, un battesimo. In mezzo, tra uno spostamento e l’altro, raccontava quello che sentiva dentro, il suo attaccamento alla comunità, la responsabilità che si sentiva addosso e che lo chiamava a stare sempre lì dove la sua presenza era richiesta.

La Jeep bianca indugiava solo a Pretare: la chiesa in una tenda, qualche sedia e un crocifisso che per la gente è diventato un simbolo

La figura minuta, lo stato d’animo di chi è uno di quella gente con cui condivideva quella sciagura (“Come vuoi che viva questa situazione? Come tutti, con una profonda angoscia”), parole semplici, chiare, dirette (“Avevo dieci chiese, antiche, ricche di valore … Non tutte, diciamo la verità: ce ne stavano alcune che erano brutte mézze”).

La Jeep che si arrampicava infaticabile tra quelle curve di montagna indugiava un po’ di più a Pretare. Lì Don Francesco viveva, anche dopo il 24 agosto, quando la chiesa si era trasferita in una tenda del campo allestito dalla Croce Rossa: qualche sedia e un crocifisso che per molti, al di là delle questioni di fede, è diventato un simbolo iconografico del terremoto. La chiesa era crollata, il Cristo aveva perso il braccio destro, tranciato di netto nel crollo all’altezza della spalla, tutto il resto era rimasto intatto. “La gente di fronte a quel crocifisso si è commossa, ci ha letto la partecipazione di Cristo alla sofferenza del popolo”, spiegava il parroco che proprio di fianco a quel crocifisso aveva messo una brandina e un materasso per passare le sue notti lì, in quella cappella improvvisata, ai piedi di quel Cristo a cui rivolgeva lo sguardo e ipensieri, cercando forza e speranza per riuscire a realizzare quanto si era posto come obiettivo, semplice nelle parole ma molto ambizioso vista la situazione: “Spero di riuscire, per quello che si può, a dare una sistemata alle cose”.

Ora la messa in sicurezza dell’Oratorio della Madonna del Sole è terminata, Don Francesco non l’ha vista, se ne è andato prima, sei mesi fa, l’11 gennaio 2017. Di cose da sistemare ce ne sono ancora moltissime, quasi tutte. Ma lui ce l’ha messa tutta, senza tirarsi in dietro, senza paura, come ha placidamente ammesso, la voce quasi tremante, ad un giornalista televisivo: “Non ho paura, sono abituato a stare solo. A volte però mi assale il dispiacere di tutta di questa disgrazia, vorrei fare di più per loro, ma purtroppo sono un uomo come un altro”.

[testo di Mauro Buonocore, fotografie di Pierluigi Giorgi]

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